La cultura del vino


Sarà stato il Primo Maggio, o più probabilmente le tante cantine visitate nelle ultime settimane, sta di fatto che mi sono ritrovato a pensare alla cultura nel mondo del vino.

Cultura con la “c” minuscola, preciso subito, dunque non nel senso alto o generale del termine. Cultura del lavoro, del proprio lavoro, intesa come conoscenza di un mondo, delle sue regole, dei personaggi e gli attori che lo popolano. Ecco, mi pare che spesso nel vino italiano si vada a tentoni, annaspando e vomitando considerazioni approssimative, spesso bislacche, peggio ancora sparando sentenze senza alcuna cognizione di causa.

Riguarda tutto il settore, ma stavolta vorrei fissare l’attenzione sui produttori, i grandi protagonisti di questo circo senza i quali nulla sarebbe. Quante volta capita di sentire riflessioni significative, capaci di arricchire il proprio bagaglio di idee e conoscenze? O semplicemente di parlare di vino in maniera non scontata, fuori dalle solite banalità, da quelle quattro frasi fatte che vanno di moda in un certo momento, dal “facciamo qualità a scapito della quantità e la nostra nuova cantina è dotata della tecnologia più avanzata” di qualche annetto fa, al contemporaneo “il vino si fa in vigna e racconta il nostro territorio”.

Per carità, in ogni settore ci sono personaggi e aziende significative e altre trascurabili, però raramente in altri mondi capita di parlare con qualcuno così sicuro di se, se non presuntuoso, e accorgersi pian piano che sotto la corteccia di parole orecchiate non c’è niente. Non dico l’identità millantata ma neppure il minimo sindacale di approfondimento.

Ecco allora che chiacchierando con un produttore, davanti al suo bicchiere di bianco che lui sosteneva essere il migliore del mondo e a me sembrava terribilmente banale, mi è venuto in mente di chiedere: bene allora, tanto per tararci, ma quali sono i suoi vini di riferimento? Insomma ,qual è la sua idea, lo stile cui si ispira?

Scena muta. Incapacità totale di abbozzare il minimo ragionamento o almeno di buttare la qualche nome sentito per caso. Che so in treno, alla fermata dell’autobus, alla mensa dell’Università… Niente di niente. Il mondo in cui ti senti il migliore non ha nomi né facce.

E’ come se un produttore di scarpe ignorasse che esiste un Tod’s, un Santoni, un Nero Giardini, o fosse totalmente all’oscuro delle differenze di stile tra Clarks, Church’s e Car Shoes.

Mi pare un tantino grave, senza considerare quei presunti vigneron che tentano disperatamente di allacciare un mocassino…

Assaggiatore seriale dal volto umano, ama tutti gli alcolici indistintamente ma è ricambiato soprattutto dal vino. Nei ritagli di tempo frequenta ristoranti che non può permettersi.