I vini Chievo

Oddio, di vaneggiamenti vinosi se ne sentono tanti e se siete da queste parti ne saprete qualcosa. Per esempio c’è il trend del paragone ad effetto, di quelli che si incaponiscono nel mettere il vino in relazione a tutto quanto gli passa per la testa.

Ecco allora il rosso palestrato e quello intellettuale, il solare e il timidone, quello che ti frega e il sincero, il cervellotico, il ruffiano, il vero e il falso. E via così.

Nonostante l’ampia letteratura in materia, una delle definizioni che più mi hanno divertito, riferita ad una categoria di vini, è quella venuta fuori chiacchierando con Gianni Mura, ormai un pò di tempo fa.

E’ allora che ho scoperto i vini Chievo, termine buttato la dal vecchio Mura per etichettare quelle bottiglie di seconda o terza fascia (sulla carta), lontane dal blasone e i titoli delle big del campionato, ma lo stesso in grado di rubargli la scena, di tanto in tanto, e mettere a segno qualche colpo da novanta.

Vini popolari, in un certo senso, se preferite provinciali (per continuare sulla metafora pallonara) e forse per questo legati in maniera intima al luogo di provenienza. Capaci forse di dare il meglio di se a tavola, magari in una semplice merenda alla “pane e salame”.

Per Mura sono vini Chievo “degli onesti Chianti, dei buoni Bardolino, i Bianchi di Custoza, le freise”, ma anche “le bonarda, i Gutturnio, i marzemino” e via dicendo…

Io ci metto pure il lambrusco, che forse a volte è pure vino Atalanta, ma che in altre occasioni invece sa giocare al meglio la sua partita e su alcuni piatti ha la stoccata decisiva.


Preso da queste inconsistenti elucubrazioni, mi sono messo in viaggio per l’Emilia, posto ideale per scovare qualche buon bicchiere in perenne lotta per la salvezza, visitando zone e territori che mai avrei immaginato. E forse neanche loro…

Eccomi su e giù per i Colli di Parma tra malvasie frizzati e lambrusco Maestri, nel modenese per scovare i migliori Sorbara, le più nobili ed eleganti  bollicine rosse della regione, fino alle Barbere e le Bonarde del piacentino, dove l’accento enoico si fa più nordico.

Qui arrivo a La Stoppa, in Val Trebbiola, un’azienda di cui avevo bevuto tanto ultimamente e che scopro bellissima. Anzi di più. Un posto di cui respiri l’anima, il percorso, le tensioni, l’amore e le contraddizioni.  Niente veli, niente finzioni sceniche: prendere o lasciare. Come Elena Pantaleoni, che alla Stoppa pare avere dato il suo carattere, o che forse è la Stoppa ad aver forgiato. Chissà.

I vini di questa cantina mi piacciono (ma qui siamo ad un Chievo da Champions League): dal Gutturnio frizzante al Macchiona, che è un blend fifty fifty di barbera e bonarda. So che questo rosso può dividere. Anzi, diciamola tutta, sulle prime può lasciare perplessi per via di fortissime interferenze riduttive. Altrettanto onestamente mi espongo e dico che a me quel tipo di riduzione piace, anzi mi eccita (ho detto quello della Macchiona, che poi è anche di altri grandi vini, non andate in giro a raccontate che amo le puzze…).

Lo trovo un segno di energia, di gioventù e di vitalità. Anche perché in bocca il vino è spettacolare: saporito, minerale, vibrante, profondissimo. E avendo cura di tenerlo nel bicchiere per quelle due-tre settimane, magari roteandolo ad intervalli regolari ogni sette secondi, anche il naso si aprirà senza problemi…

Elena Pantaleoni, La Stoppa

Assaggiatore seriale dal volto umano, ama tutti gli alcolici indistintamente ma è ricambiato soprattutto dal vino. Nei ritagli di tempo frequenta ristoranti che non può permettersi.