Tipicamente niuiorchese: una buona pasta scotta, la porchetta di East Village e il vino di Sant Enea

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Tra le regole che un viaggiatore dovrebbe imporsi in maniera ortodossa vi è quella di addentrarsi il più possibile nella cultura culinaria del posto che sta visitando e di non mangiare mai in un ristorante del proprio paese.

Si tratta di un dettame che seguo con scrupolosa attenzione.

A New York però sono stato costretto a disattenderlo. Vengo informato da alcuni amici del posto che esiste una sorta di ristorante/paninoteca che si chiama in maniera secca e decisa Porchetta. Niente di più. La curiosità è tanta ed è stimolata da questi miei amici newyorkesi di origini filippine, giamaicane, ebree i quali sono stati iniziati alla porchetta da me a Umbertide. Nel corso degli anni ho fatto provare a gente di tutto il mondo questo perfetto esempio di street food delle nostre zone, al mercato di ogni mercoledì mattina.

Credo intendano contraccambiare la cortesia e allo stesso tempo sapere da me se il panino con la porchetta che fanno al “Porchetta” valga veramente il prezzo di quel mercato: 9 bucks!!
Cerco una giustificazione per compiere il mio peccato e la trovo nel concetto di Meltin’Pot che viene affibbiato a New York per definirla un crogiolo di culture. In effetti la Grande Mela è una città dove uno va in giro e trova tutta sorta di ristoranti: tailandesi, cinesi, messicani, amish, italiani e chi più ne ha più ne metta.

A cosa ci riferiamo quando si parla di cucina americana o newyorkese? Semplice, mangiare i cibi che le varie genti, nel corso delle differenti ondate di emigrazione, si sono portati sulle rive dell’Hudson.  Sicuramente i ristoranti halal dove è ribadito con chiarezza dalle insegne al neon che la carne di maiale non viene servita, si trovano in città molto prima di questo spaccato di Italia centrale; così lontano dallo stereotipo alimentare, fatto di pizza e bucatini, che all’estero si conosce del nostro paese.

Mi sembra che questo sia uno dei primi porchettari all’estero e sicuramente il primo oltreoceano. Inoltre il Porchetta di New York ha la caratteristica di essere un locale tematico dedicato esclusivamente questo prodotto. Il forno di cottura si trova sul retro. Devo andare, in ossequio alla mia suinofilia.
Il locale è a East Village, la zona più alternativa di Manhattan, piena di negozietti di dischi usati, ristoranti di tutto  il mondo e rigattieri.

Trovo il Porchetta ma è diverso da quello che mi ero immaginato. Si tratta di una specie di bar dove si preparano panini con prodotti italiani. Il più economico è quello con i pomodori secchi e la mozzarella. I proprietari non sono italiani, è stato creato e gestito da una cuoca americana appassionata dell’Italia, più segnatamente della Toscana, come molti dei suoi connazionali. Vi giungo nel pomeriggio, non trovo un classico suino con tanto di testa esposto in maniera orizzontale rispetto al cliente.

Le fette di porchetta vengono tagliate da due rotoli molto più simili all’arista per dimensione. Credo sia difficile mettersi a cuocere un porco intero in un localino di New York. Il pane utilizzato è la ciabatta, non ne sono tanto contento ma non posso fare lo schizzinoso arrivati a questo punto. Sapevo bene che stavo andando contro i miei principi e inoltre la ciabatta con la porchetta ci sta molto meglio di tante altre varietà di pane che si possono trovare da queste parti.  Decido di prendere due “to go”: da portar via. Saranno il mio contributo alla cena a casa di una collega a Brooklyn, presso la quale sono ospite.


Ora ho bisogno di vino. Lascio l’East Village e torno a Brooklyn, entro nel negozio di vini del quartiere dove sono alloggiato. Il giovinastro alternativo che ci lavora mi guarda strano, sono lì per il terzo giorno consecutivo, però oggi non compro un vino californiano, ma vado deciso su un italiano che a quanto sembra è poco venduto: Rosso DOC dei Colli Perugini, Cantina Chiorri. Lo avevo visto sin dal primo giorno e me l’aveva fatta prendere benissimo: il nome della mia città così visibile in una delle migliori vinerie di New York. Mi immaginavo quanto questo avesse potuto rendere orgoglioso il signor Chiorri: da Sant’Enea alla capitale del mondo.

Il tipo alla cassa non può fare a meno di confessare la sua curiosità nei miei confronti e iniziamo a parlare di vini; gli dico che sono italiano e allora mi chiede qualcosa in più sul vino dei colli perugini, sicuramente un vino minore per un consumatore o commesso medio americano. Gli spiego che conosco benissimo la cantina Chiorri e gli racconto di quando per la mia festa di laurea andai a prendere due damigiane di vino direttamente a Sant’Enea. Il clerk rimane estasiato.

Chissà quanti e quali film si sarà fatto in testa quando gli raccontavo della comune abitudine italiana di andare a prendere una damigiana di vino per casa. Il nostro discorso si tronca quando spiego che sto abbinando il vino alla porchetta. La sua natura radical chic gli impone il vegetarianesimo. L’onnivoro guarda al vegetariano con compassione: una specie di cenobita che non sa cosa si perde; viceversa il vegetariano considera l’onnivoro alla stregua di un troglodita.

E ora con “du’ panini a la porchetta e na butija de vin rosso” mi presento a casa dei miei anfitrioni.
La nostra cena consisterà in Mac and Cheese, mezzo panino co la porchetta a testa (siamo in quattro: io la mia collega, il marito e il figlio) e un’insalatona di verdure completamente organic. Aleggiano sulla cena i fumi del vino Cantina Chiorri.

Mac and Cheese è un piatto tipico newyorkese: si dice furono inventati da Thomas Jefferson e non sono altro che celentani cotti e poi ripassati al forno in una incandescente crema di formaggio. Si presenta con una abbondante crosta dorata di formaggio cheddar e besciamella. Sotto i formaggi fusi si confondono con una pasta scotta priva di pretese ma col pregio di essere gustosa, anche se poco salutare.

Le ciabatte con la porchetta, anche dopo qualche ora sono accettabili e la carne è buona. Il sapore è diverso da quello a cui sono abituato ma si tratta di una porchetta imbottita e preparata alla toscana. Sui nove dollari a panino ci sarebbe da discutere, però il prezzo è lo stesso che per un hamburger, perciò si può chiudere un occhio. Un’insalata è un’insalata, serve a sgrassare e più è semplice più e buona, ma il vero trionfatore di questa cena è stato il vino di Chiorri, molto apprezzato anche per il suo ottimo rapporto qualità prezzo (15 $ a bottiglia, contro i 25 dell’etichettato Chianti vicino di scaffale, probabilmente farlocco).

A fine serata ho scritto in un quaderno d’appunti uno slogan parafrasato: dove c’è l vino de Sant’Enea c’è casa!