Metti un giorno alla coop di Brooklin. L’America organic al tempo degli Obama

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– Si consiglia la lettura del testo con il brano riportato a fine articolo

Da un po’ di tempo, i vari ingredienti che si amalgamano ogni giorno dentro il minestrone a marchio New York debbono avere una caratteristica fondamentale: essere organic;  ossia coltivati senza il supporto di pesticidi e prodotti chimici.

Questa è la condicio sine qua non della nuova America alimentare al tempo di Barack Obama e famiglia.

Mi stupisce per prima cosa il fatto che su wikipedia non esista la versione in italiano di “organic food”. Forse perché in Italia il cibo è sempre stato organico e che il mercato alimentare non ha subito i danni che avrebbe potuto creare l’arrivo dell’uomo Del Monte; forse perché esposte nei supermercati di casa nostra non si trovano le diverse varietà delle mele modello Biancaneve: tutte uguali, bellissime all’esterno, rotonde quasi a rasentare la perfezione, luccicanti, prive di sapore e piene di fertilizzanti e additivi chimici.

Negli ultimi anni oltreoceano si sono resi conto dei deterioramenti devastanti che l’alimentazione a base di cibi geneticamente modificati e  animali allevati in batteria stava creando sull’homo americanus. Con l’avvento di Obama il nuovo corso è stato segnato da un gigantesco tentativo di rivoluzione verde a scapito delle lobby OGM, che passa quindi attraverso il cibo. Barack ha messo tutto in mano a sua moglie, vanga e sementi inclusi. La Fresh Food Revolution della signora Michelle ha lanciato un messaggio alla nazione: mangiare meglio per vivere meglio.

Ma c’è chi se ne approfitta e il cibo organico è roba da ricchi. The Whole Food Company è una catena di fruttivendoli organici d’alto bordo, gestita da un consiglio di amministrazione al 100% WASP a cui capo vi è un ex socialdemocratico (a suo dire) diventato un neoliberista dal momento in cui è stato accusato di maltrattare i lavoratori e di aumentare i prezzi in maniera indiscriminata. Da Whole Food una melanzana costa cinque volte tanto che da noi, un consumatore di ceto medio basso non si azzarda nemmeno a sognare la spesa in uno di questi negozi.

Però la cosa più importante per questa compagnia è la cosiddetta CSR. Nel 2010 la Whole Planet Foundation ha lanciato la campagna per la prosperità sostenendo la teoria del microcredito a favore delle donne del terzo mondo. Le mie origini contadine mi spingono a pensare che sotto sotto vi sia una gran puzza di ipocrisia.

Anche quando, richiamato dal fascino di un fastfood, decido entrare da BRGR e prendere – come ben ribadito dal menu e in ogni muro del locale – un hamburger di mucca nutritasi in vita di sola erba. I nomi dei diversi panini a base di carne macinata organica sono un insulto agli ecosistemi in pericolo e in totale antitesi con i grattaceli di cemento e lo sfavillar di luci della vicinissima Times Square.

Traduco dall’inglese all’italiano anche se il loro suonare in lingua anglosassone potrebbe alleviare e di molto la presa per i fondelli:  splendida giornata, foresta pluviale, cielo azzurro, mattina fresca e prato magnifico.
Per un europeo di provincia come me questo nuovo e improvviso furore americano sembra un’ennesima grossonata d’oltreoceano dove ogni messaggio, gesto, tentativo di sviluppare una nuova cultura alimentare diviene propagandato all’ennesima potenza.

Però c’è qualcosa di serio dietro e tutto parte da ideali giusti. Dall’altra parte di New York, nella proletaria Brooklyn fatta di casette a due piani, dove c’è un po’ di verde,  mi imbatto una sera alle 9 in una cooperativa di consumatori che pare uscita da un disco degli Offlaga Disco Pax. Facendo un giro per gli scaffali noto che non ci sono propagande di responsabilità sociale o di mucche trattate in maniera umana, noto inoltre che si vende cibo organico ma i prezzi sono molto più contenuti. Perché per comprare alla Coop di Brooklyn bisogna essere soci e per essere soci bisogna lavorare senza essere retribuiti per quattro ore al mese nel supermercato.

E così a rifornire gli scaffali c’è John Haskell, uno scrittore che è anche tradotto in italiano ed edito da Feltrinelli.  Sembra un assurdo ma questa è una perfetta applicazione del socialismo nel paese che più di tutti lo ha combattuto. La signora all’ingresso mi ha fatto entrare solo perché sono italiano e perché vengo dalla cintura rossa del Bel Paese. Lei è una delle fondatrici di questa cooperativa e mi racconta con nostalgia di aver scoperto questo sistema di società mutualistica in Toscana nel 1973. Penso a come siamo finiti, penso ad ogni Whole Food che vende cibo per ricchi, penso ai fastfood che vendono il cibo dei poveri: panini artificiali da un dollaro che devastano i fegati e i fisici.

Penso anche alla dedizione di un gruppo di cittadini che intendono mangiare bene con poco, credo che la campagna a favore della campagna degli Obama sarà una salvezza per tutta l’umanità e spero che da Brooklyn possa inizare una nuova rivoluzione del consumo. Emulo del marchese di Lafayette la riporto in Europa sotto forma di racconto, ma questo è un cappello semi-nuovo.