Com’era il vino nel 2009: odi(o) et amo


Noi ci scherziamo e ci scherzeremo ancora, ma agli osservatori più attenti non è certo sfuggito che anche il nostro piccolo e super autoreferenziale mondo (ma dovrei dire circo) del vino parlato sia stato attraversato nel 2009 da una allegra campagna di odio.

Peggiore di quella “ufficiale”, però, perché qui di Berlusconi ce ne sono molti più di uno. Non volano statuette del duomo o titoli de Il Giornale e purtroppo nemmeno bottiglie che, dato l’argomento, dovrebbero essere le migliori armi possibili e invece restano ampiamente in secondo piano rispetto a dichiarazioni, manifesti e messaggi incrociati. Non ci vuole Weber per capire che tutto ruota attorno alla parola più in voga dell’ultimo biennio, quella crisi che dai libri contabili si espande come un cancro fino ad infettare prospettive, desideri, dinamiche di convivenza civile.

E’ la tutt’altro che originale guerra fra poveri che il mondo del vino italiano sembra aver deciso, salvo eccezioni, di combattere rigorosamente al ribasso: dei prezzi, delle ambizioni, dei contenuti, dei comportamenti. L’obiettivo primario è sopravvivere e poco importa se si perdono per strada educazione, rispetto, coerenza, memoria, onestà intellettuale. Nel momento stesso in cui l’etica entra con la fanfara a fare da spartiacque tra un prima e un dopo della comunicazione enogastronomica, dietro le quinte si consuma la sua più assurda e ridicola negazione.

Come un tappeto lindo e pinto sotto il quale si nascondono metri di polvere. Come il ritratto di Dorian Gray, spugna di quel marciume che non deve assolutamente apparire sul volto pulito e irresistibile del suo modello. Perché la sopravvivenza è un concetto tutt’altro che assoluto: motore di rivoluzione o reazione, a seconda che inneschi processi di cambiamento o, al contrario, funzionali al mantenimento di uno status quo.

Nel mondo del vino italiano il tema della sopravvivenza si ritrova ciclicamente nella nascita di nuove realtà impossibilitate a difendere il proprio reddito con la sola viticoltura. Così come è la molla che ha spinto e spinge tanti appassionati, operatori commerciali, comunicatori ad approfondire la propria conoscenza, sviluppare percorsi originali, sperimentare creativamente nuovi strumenti, aprendo pagine inedite.

Ma la sopravvivenza è anche la zavorra di chi non avrebbe mai pensato di dover cercare il modo di sopravvivere, di chi ha vissuto gli anni ’90, di chi ha visto l’amato-odiato mercato assorbire qualsiasi cosa avesse la forma di una bottiglia. Oppure l’emergenza di chi ha operato per anni in regime di monopolio comunicativo ed è costretto oggi ad inventarsi un modo per mantenere inalterato il proprio potere e, se possibile, accrescerlo, fiutando il vento che tira, riciclandosi con parole d’ordine negate e derise per tanto tempo, e neanche in periodi così lontani.

Sarebbe un momento straordinario per dare sostanza ad una visione assai meno ristretta e conservativa di quella attuale, dando per una volta ragione alla lingua mandarina che alla parola crisi affida il doppio significato di problema e opportunità. E invece ci ritroviamo sempre più invischiati in una melma fatta di insulti e pugnalate, vendette e rese dei conti, furbetti e perseguitati, amici e nemici, un’atmosfera che ricorda maledettamente i sistemi di controllo e di lotta delle famiglie camorristiche.

Ma dai, beviamoci su, in fondo stiamo parlando solo di vino. No, per una volta mi permetto di scansare il richiamo goliardico-etilico sempre pronto quando i discorsi iniziano a farsi troppo seri e pesanti. Anche perché la vera questione risiede nel fatto che proprio sul vino non ci si confronta più. Come se davvero possa esistere un gusto giusto e uno sbagliato in un universo talmente denso di contraddizioni da rendere regola l’eccezione.

Così preoccupata, per convinzione o opportunismo, di restituire giustamente centralità agli aspetti antropologici, socio-culturali, ambientali, salutistici, la (presunta) nuova frontiera del vino parlato sembra sempre di più disinteressata a ragionare (e godere) di quello che c’è nel bicchiere. Dimenticandosi (o fingendo di dimenticare) che l’emozione, come sa chi nella vita ha avuto la fortuna di innamorarsi, intreccia il cervello, l’anima e il corpo, si alimenta di affinità elettive ma anche di sapori, odori, suoni, pelle, contatto.

Dimenticandosi (o fingendo di dimenticare) che da qualche secolo, non da oggi, il vino come oggetto alimentare e culturale esiste al di fuori dell’autoconsumo perché ci sono delle persone che ritengono giusto destinare uno, cento, mille euro per una bottiglia.

Dimenticandosi (o fingendo di dimenticare) che il valore aggiunto, per sua definizione, è una cifra che si somma ad un gradimento di base, frutto di conoscenza e approfondimento, certo, ma anche di istinti più naturali come il piacere e l’empatia.

Natale si avvicina e, non potendo certo chiuderla qui, posso almeno regalarvi un tentativo di autoregulation sintetica (intesa come lunghezza di un singolo post). Ma non illudetevi: sarà presto Santo Stefano e questa chiacchierata la continuiamo con un non meglio precisato numero di puntate…

Auguri a tutti, questo Natale sarà un po’ più speciale anche grazie alle persone che abbiamo conosciuto su queste pagine

Arbitro di calcio, runner, esperto di comunicazione con fama di persona seria e morigerata. Ero tutto questo prima di prendere 20 chili, scoprire il vino e auotoconvincermi di poter vivere scrivendone.