Spazio 19.99

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L’Associazione Grandi Cru della Costa Toscana riunisce una sessantina di aziende tra le più importanti delle province di Massa Carrara, Lucca, Pisa, Livorno e Grosseto.

L’attività dell’associazione intende promuovere l’eccellenza vitivinicola della costa attraverso svariate iniziative sparse nell’arco dell’anno. L’ultimo evento è stato il banco d’assaggio dell’annata 1999, organizzato presso la sede della Strada del Vino Costa degli Etruschi a Bolgheri.

La degustazione prendeva in esame diciannove vini scelti naturalmente tra le aziende associate. A un certo punto dell’assaggio, ho alzato la testa e dato un’occhiata ai colleghi intenti alla degustazione: la mente ha cominciato ad andare a ritroso, pensando al tempo trascorso in questa décade. In assoluto, dieci anni in viticoltura sono niente, ma guardando indietro, mi pare che molte cose siano successe in questo periodo che ha visto il vino, e la gastronomia in genere, assumere un ruolo inaspettato di protagonista nella vita degli italiani.

La critica enologica ha dovuto acquisire velocemente strumenti di giudizio sempre meno dilettantistici per affrontare un mondo dove la posta in gioco andava rapidamente aumentando. Non so se i giornalisti di settore sono stati caricati di troppe responsabilità in una fase embrionale della propria formazione, fatto sta che i vini premiati dalle guide di settore agli inizi degli anni duemila erano stilisticamente impostati su un carattere internazionale, riconoscibile fra molti e rassicurante sul piano della morbidezza.

Questo linea di condotta si è andata progressivamente affievolendo negli ultimi anni, forse grazie a una maggiore maturità della critica, per favorire prodotti con un legame più profondo con il territorio di origine, in una sorta di rivalutazione del vino come prodotto agricolo più che commerciale.

Tornando al mio tavolo di assaggio e ai bicchieri di fronte a me, ho pensato che il 1999 è stato, se non proprio l’esordio, una delle prime annate di molte aziende in degustazione. Se infatti alcune zone vitivinicole in Italia godevano di una forte tradizione, vedi Piemonte, o di un mercato affermato, come Montalcino, la costa toscana rappresentava la terra promessa destinata agli imprenditori che vedevano, giustamente, la viticoltura come una nuova fonte di guadagno. Detto questo risulta chiaro come l’impostazione dei vini tendesse più ad un facile approccio con il legno nuovo, a concentrazioni spinte e a un impatto gustativo più opulento che dinamico.

Questo era lo stile da ricercare. Resta da dire però che in dieci anni, quasi tutti i produttori sono cresciuti, proprio come i giornalisti che li avevano giudicati, cercando non più di assecondare una moda, ma ascoltando il territorio dove si sono con il tempo confrontati, scontrati e alla fine assimilati. È stato sorprendente ritrovare nel bicchiere questo tipo di percorso. A grandi linee posso provare una mia personalissima classifica delle province assaggiate.

Mi è parso che l’esito più felice sia stato raggiunto dai vini maremmani, quasi tutti blend di diversi uvaggi. Evidentemente l’annata 1999 ha consentito una perfetta maturità zuccherina in equilibrio a quella fenolica. Il Saffredi della Fattoria Le Pupille ha evidenziato classe e finezza. Meno convincente lo stato di salute dei vini pisani e lucchesi, soprattutto per un’evidente evoluzione nei primi e un’eccessiva rilassatezza gustativa nei secondi. Capitolo a parte per i vini di Bolgheri con un Sassicaia inarrivabile per gioventù e carattere e un Cavaliere di Michele Satta, udite udite sangiovese in purezza, lirico ed emozionante.

Grazie all’Associazione, dunque, perché ci ha offerto la possibilità di un’utile retrospettiva che si è caratterizzata come esperienza formante per gli invitati e di confronto aperto per i produttori

PS: se volete sapere come la pensa Antonio sull’ultima annata di Sassicaia eccovi qui serviti…