Tutto quello che non avreste voluto mai leggere sui Taurasi ’99


Premessa. Se non ve ne foste già accorti, sono affetto da una non troppo rara patologia. E’ la fidelis castris tritula ballem logorrea. Per curarla sto seguendo un faticoso percorso col dottor Hibert e l’uomo ape.


Come primo esercizio mi hanno obbligato ad intervenire su Tipicamente solo attraverso sms. Purtroppo, però, in questo modo ho costretto Antonio a cambiare telefono per riuscire a visualizzare l’equivalente di 247 short (!) message script.

Allora proviamo in un’altra maniera. Ho qualcosa da dire su un orizzontale di Taurasi ’99 tenutasi dal sempre squisito Gino Oliviero del Ristorante La Maschera di Avellino. E allora, come nelle storie a bivi di Topolino, vi propongo tre livelli di approfondimento: Cronaca, Riflessioni Light, Recensioni e Pensieri in libertà, pensati per altrettante categorie di utenti, le persone normali, quelli che hanno tempo da perdere e i masochisti all’ultimo stadio. Buona lettura.

Modalità 1: La Cronaca

Avellino, 7/10/2009. Diciotto campioni in assaggio, sette degustatori, cinque vini a ridosso dell’eccellenza. Sono questi i numeri riassuntivi del tasting organizzato da Raffaele Del Franco in un caldo pomeriggio di inizio ottobre. Taurasi ’99, questo il tema su cui hanno voluto confrontarsi il giornalista de Il Mattino e responsabile di Vini Buoni d’Italia: Luciano Pignataro, Giovanni Ascione di Bibenda, il Viandante Bevitore Mauro Erro e il Presidente dell’Ais Campania Antonio Del Franco.

Un appuntamento molto atteso perché focalizzato su un’annata particolarmente apprezzata da chi cerca vini austeri e caratterizzati, da poter meglio comprendere nei reali sviluppi dopo un significativo tempo di maturazione. C’era da capire se, a distanza di dieci anni, i 18 Taurasi selezionati si sarebbero avvalsi di un plus di complessità legato al tempo e soprattutto se avrebbero trovato una più compiuta fusione tra il frutto e le componenti più dure, ricordando come all’uscita la maggior parte di loro fosse contraddistinta da una prepotente presenza acido-tannica. Raccogliendo le impressioni all’uscita dalla Maschera, abbiamo registrato più dubbi che certezze, ben espressi da Luciano Pignataro sul suo sito (vedi qui).

Modalità 2: Riflessioni Light

La vendemmia ’99 è forse l’ultima grande vendemmia italiana di stampo “classico”, un millesimo che ha generato tanti fuoriclasse presumibilmente dal passo lungo, soprattutto in Piemonte e in Toscana e che, al di là delle specifiche territoriali, ha mostrato spesso di avere la forza di creare un virtuoso trait d’union tra vini di provenienze e vitigni diversi.

E’ il timbro di un’annata regolare, con un’estate tiepida e forti escursioni termiche nei mesi autunnali, che porta costantemente in primo piano le sfumature legate alla freschezza di frutto, la mineralità terragna, la balsamicità, le note agrumate e di erbe mediterranee. Un’annata per molti versi trascurata nei primi tempi, a differenza delle vicine 2000 e 2001, più in linea con certe letture stilistiche ed interpretative in voga negli anni più “allegri” del vino italiano.

Ma è già da tempo che tra gli addetti ai lavori si è cercato di fare giustizia ed oggi per una buona parte di assaggiatori e appassionati la ’99 è diventata una sorta di vendemmia-feticcio, specialmente per coloro che amano cogliere le sfumature delle diverse sottozone e non temono acidità sostenute e tannini ancora mordenti.

L’orizzontale dei Taurasi per molti versi si è rivelata poco significativa ai fini di un ulteriore approfondimento delle caratteristiche del millesimo. I vini erano tutti integri e sostenuti ognuno a suo modo dallo scheletro acido e tannico che ci si aspetta da questo tipo di annata. Ma quella di Avellino è stata l’ulteriore dimostrazione che la tenuta del tempo è condizione necessaria ma non sufficiente per parlare di grandi vini e grandi vitigni-denominazioni.

E’ apparso così subito evidente quanto dal tasting scaturisse assai più interessante e pertinente un discorso sull’elemento umano. La forza dell’annata, del vitigno e dei territori, potremmo dire, ha dovuto fare un passo indietro rispetto alla debolezza dei manici. Una debolezza frutto di una miriade di variabili, ma siamo ancora in modalità due e allora ci mettiamo due punti e un elenco: epoca decisamente pionieristica per il distretto produttivo irpino, viticoltura approssimativa e limitato controllo-guida dei vinificatori sulle materie prime utilizzate, modesta consapevolezza tecnica nella maggior parte delle cantine, scarse dotazioni tecnologiche, malinteso senso della tradizione stilistica.

Fattori che, ovviamente, erano già stati messi nel conto prima della degustazione ma che si pensava, io lo pensavo, potessero spostarsi in secondo piano dietro l’autorevolezza dell’annata, del tempo e di un vitigno di straordinaria potenzialità come l’aglianico.

Quindi la zona Taurasi e il vitigno aglianico escono bocciati da questa prova empirica? Credo di no e i motivi a sostegno non mancano. Innanzitutto qualche vino da buono a molto buono c’era (ma dovete avere il coraggio di arrivare a Modalità 3 per sapere quali sono) e la “delusione” va intesa più che altro nella mancanza di almeno un vino “assoluto”, di completa e pura emozione, da poter mettere affianco ad un Rinaldi o a un Poggio di Sotto Riserva pari annata e fargli giocare la partita.

In secondo luogo, vedendola da un’altra prospettiva, forse sarebbe stato più grave se in mezzo a quei diciotto campioni ci fossero stati tanti fuoriclasse incompresi all’uscita.

Pur permanendo tutta una serie di problemi atavici, è innegabile che in questi dieci anni sono cambiate moltissime cose in provincia di Avellino, prima fra tutte una concezione completamente diversa di ciò che tecnici e vignerons-vinificatori considerano come la base di partenza necessaria a progettare un Taurasi.

L’Irpinia non è certo una terra da cartolina per chi ha in mente i più rigogliosi distretti viticoli, ma sono abbastanza convinto che il decennale di vendemmie 2004 o 2005 darà indicazioni assai più incoraggianti. Per le aziende, si intende, perché il mio essere irpino in questo momento ha sempre meno dell’ottimismo campanilistico e sempre più della voglia di veder nascere un vero comparto produttivo, anche a costo di perdere per strada qualche pezzo.

Modalità 3 (Recensioni e Pensieri in Libertà)

Se la Modalità 2 doveva essere ancora sostenibile, immaginate in quale gorgo vi state cacciando arrivando al terzo livello di approfondimento. Quello in cui mi permetterò di dissertare del tasso di rugiada accumulato dalle uve del filare 3 di Cinque Querce nel settembre ’99.

Vabbè, andiamo con la vecchia e stantia classifica, ordinata secondo tre categorie: quella che ha il pratico titolo “Molto buono, ok mi avete convinto, vi riassaggio volentieri fra un po’” quella del “va bene, niente da dire ma se voglio bere un ’99 vado da un’altra parte” e infine quella ribattezzata “no grazie”. Che a onor del vero include anche vini di cui ho bevuto bottiglie decisamente migliori.

Categoria “Molto buono, ok mi avete convinto, vi riassaggio volentieri fra un po’”

Taurasi ’99 – Urciuolo
Ci sarei rimasto male se non fosse uscito come mi aspettavo e non mi fosse piaciuto come sempre da quando mi seccai una bottiglia quasi da solo davanti ad un magnifico agnello alla brace alla stazione di Luogosano. Vino tutt’altro che perfetto, intendiamoci, che al naso non si apre mai del tutto e in bocca è decisamente essenziale, con tannini che non saranno mai di velluto. Però quella linfa incazzata e sanguigna che lo attraversa continua a farne uno dei miei vini del cuore. Capisco bene chi non condivide il mio innamoramento.

Taurasi ’99 – Di Prisco
Come il precedente, è un Taurasi che ha visto il legno poco e tardi. E non è un dato secondario quando si mettono in evidenza certe rusticità aromatiche e tanniche che si accompagnano a certi vini. Ciononostante, rispetto ad Urciuolo c’è più frutto ed è un frutto polposo, luminoso, variegato. I suoi Taurasi di oggi sono forse più completi, ma anche il ’99 è molto Di Prisco style: vibrante di sapore, sostenuto dall’acidità più che dalla densità e dall’estrazione tannica, più energico che materico. Sembra uno dei più giovani in prospettiva.

Taurasi ’99 – Antico Borgo
Grazie di cuore a Lello perché questo non l’avevo mai assaggiato ed è un signor Taurasi ’99. Estremamente speziato e radicoso, balsamico e affumicato, al naso regala qualche suggestione quasi rodaniana. Bella anche la bocca, non enorme ma tesa e aggraziata. Se avesse anche un surplus di centro bocca e un finale meno amarognolo, avremmo forse trovato il Taurasi da schierare in trasferta.

Taurasi ’99 – Contrade di Taurasi/Lonardo
Rientra nel gruppo dei migliori ma sono sicuro di aver bevuto bottiglie più performanti. Un sospetto di tappo mi accompagna dal naso fino alla fine del sorso, in mezzo c’è però materia di bella stoffa, sviluppata con armonia e incisività. Il naso resta cupo, le fantastiche impressioni floreali ed agrumate che ricordo in questa bottiglia mancano.

Taurasi Vigna Cinque Querce ’99 – Molettieri
Sul quaderno ho scritto 90/100 ma mi sono reso subito conto che, a differenza di Urciuolo, stavo utilizzando una lente tecnica. E’ un Molettieri con tutte le sue cose, intese come caratteri che ricorrono spesso, ma non sempre, nelle versioni post-’98: potenza fruttata e glicerica, passo da carro armato, un po’ di alcool, tannini tanti e buoni. E al di là del punteggio, un Molettieri che si può discutere e che può anche non convincere pienamente perché al naso è nerissimo, senza i chiaroscuri che ricordo nel ’92, il ’95, lo stesso 2005, e se ti distrai può venirti in mente anche un vino da appassimento. Così come la bocca qualche impressione estrattiva non manca di segnalarla.


Categoria “bene, niente da dire ma se voglio bere un ’99 vado da un’altra parte”


Taurasi ’99 – Piano d’Angelo

E’ il primo dei non ammessi alla categoria superiore. Insomma, è piuttosto buono anche questo e resta solo un po’ troppo verde-rigido nel finale. Bello il naso ampio e sfaccettato di scorze d’agrumi e macchia.

Taurasi ’99 – Tenuta Ponte
Come lo ricordavo: molto autentico, terroso ed etereo, quasi salmastro nel sorso ma in definitiva un po’ troppo semplice e mancante di complessità.

Taurasi Ris. ’99 – GMG
Per diverso tempo il punteggio è stato un grande punto interrogativo. Perché il naso molto ridotto e rustico, la bocca fitta, estrattiva e un po’ scissa sembrava “bocciarlo”, ma il finale di bocca contribuiva a rimettere tutto in discussione in virtù di una chiusura lunga, dolce e serrata. Propendo per una via di mezzo.


Taurasi ’99 – Villa Raiano

Sicuramente quello uscito meglio tra i Taurasi dichiaratamente modernisti dell’epoca. C’è molta sottolineatura del frutto e la bocca è fra le più rotonde e assertive, ma nel complesso non manca compostezza.


Taurasi Radici Etichetta Nera ’99 – Mastroberardino

Non lo assaggiavo dal 2004 ma lo ricordavo esattamente così: aromaticamente è davvero divertente con note resinose e di macchia, quasi marino; al palato è un bel compromesso di avvolgenza e spinta, conferma il carattere salino, si sviluppo con un passo molto gourmand. Si trova in questo gruppo perché il finale resta cortino, con una decisa impressione di diluizione.

Taurasi Fatica Contadina ’99 – Terredora
E’ uno dei vini che sente maggiormente l’apporto del legno: caffè tostato, cannella, vaniglia, con un fondo affumicato. Peccato perché la materia c’è e il frutto è tutt’altro che asciutto, ma la progressione resta piuttosto monocorde.

Taurasi Piano di Montevergine Ris. ’99 – Feudi di San Gregorio
Rispetto a come lo ricordavo mi ha sorpreso molto la positiva “digestione” del legno, non prevaricante oggi rispetto allo sfondo minerale di cenere che gli conferisce un certo carattere. Tuttavia il palato è molto sbilanciato su una rotondità fruttata che si rivela alla fine piuttosto scontata.

Taurasi ’99 – La Casa dell’Orco
Molto apprezzabile per integrità aromatica e coerenza, evidenzia una speziatura fine, ben fusa con tipiche note di amarena e prugna. In bocca è più verticale ed è penalizzato soprattutto da un tannino leggermente polveroso.

Categoria “no grazie”

Taurasi Vigna Macchia dei Goti ’99 – Caggiano
Purtroppo non è la prima delusione con i Taurasi del bravo e simpatico Antonio riassaggiati dopo un medio invecchiamento. E’ non è la prima volta nemmeno con questo ’99, uno degli unici due Tre Bicchieri di questo tasting.


Taurasi ’99 – Perillo

A mio avviso non è l’annata migliore di Michele Perillo, ma questa è una bottiglia che ha davvero poco a che fare con quelle che ho bevuto tante volte.

Taurasi Radici Ris. ’99 – Mastroberardino
Vedi sopra, a detta di molti da qualche mese a questa parte è entrato in una fase di netta chiusura, ma qui siamo lontani anni luce da un vino normalmente meraviglioso, uno dei pochi su cui avrei scommesso per l’emozione assoluta.

Taurasi ’99 – I Capitani
Molto ridotto, resta piuttosto magro in bocca con poca articolazione.


Taurasi Selve di Luoti ’99 – Feudi di San Gregorio

Frutto smaccato, impressioni lattiche e burrose, poco sostenuto dallo scheletro acido, not my cup of tea.

Arbitro di calcio, runner, esperto di comunicazione con fama di persona seria e morigerata. Ero tutto questo prima di prendere 20 chili, scoprire il vino e auotoconvincermi di poter vivere scrivendone.