La vera storia dei Tre Bicchieri. Il vino, il sogno e il grande incubo

Sì, lo so che ne avete abbastanza dei miei continui interventi su questo blog, che non dovrei cadere nelle trappole della sovraesposizione e che farei meglio a lasciare finalmente un po’ di spazio ad Antonio. Però stanotte ho fatto un sogno e ci tenevo troppo a raccontarvelo.

Se non altro perché statisticamente tra i dieci lettori di Tipicamente dovrebbe esserci almeno un dottore, un avvocato e un tronista. E, di conseguenza, qualche consiglio su come risolvere i miei problemi non dovrebbe tardare ad arrivare.

La fase rem mi porta dritto nel cuore degli anni ’80. Lo capisco subito dalla quantità di Fiat Uno che cercano di investirmi, dal fatto che la mia famiglia è in vacanza e soprattutto dalla fila di macchine scure che viaggiano sull’Ofantina, in direzione Nusco. La cosa più bella è che sono già grande, ho ancora i capelli e addirittura uno stipendio dignitoso e un conto in banca, con dei soldi depositati, intendo.

E’ una splendida giornata di primavera e me ne vado fischiettando per la città, una grande città mi sembra, per una sorta di ininterrotta pausa pranzo. Mi siedo e do un’occhiata distratta alla carta dei vini. Sassicaia ’82 a 50.000 lire, Soldera Riserva ’83 a 30.000 lire: no, decisamente non ci siamo, ricarichi troppo alti. Meglio andare su una tipologia più immediata ma non per questo banale: scelgo un Narzole ’85 di Ciravegna, appena uscito dalla cantina. Che meraviglia, la grande annata si sente tutta, sarebbe impossibile confonderlo alla cieca (prego gli amanti del politicamente corretto di passare ad altro sito, ndr).

E mentre mi titillo con cotanto nettare, ecco arrivare a braccetto uno strano ed allegro trio: uno svizzero romano, un romano romano e un bergamasco. Sembra una barzelletta e invece quei tre fra un frizzo e un lazzo stanno parlando di cose serie. Butto un orecchio e sento il romano romano, quello con la barba e con l’aria da professore, che parla di fare una guida dei vini. E come la chiameresti, dice il bergamasco con la sciarpa dell’Inter? Vini d’Italia, risponde il barbuto. Originale, commenta lo svizzero romano che stranamente è vestito da moschettiere e si avvicina al bicchiere che ha davanti con uno stetoscopio.

Ci facciamo dare le bottiglie dai produttori, incalza il professore, e ce le assaggiamo tutte fino a quando non siamo completamente ubriachi e possiamo scrivere su un libro delle cose a casaccio. Pota, lo interrompe il bergamasco, ma cosa ti g’à ind’a cap? Ti ve fa’ el Robert Parker der Tufello, madama la marchesa? Ha parlato il James Suckling della Val Brembana, gli risponde il barbuto mentre il terzo continua ad auscultare l’anfora di verdicchio che gli è davanti.

Tra una battuta fulminante e un irresistibile sfottò, i tre allegri compagni mettono nero su bianco il loro progetto, scolandosi mezza cantina dell’osteria (siamo negli anni ’80 ed è uno di quei posti dove i genitori vietano ai figli di andare, dato che non si chiamano ancora wine bar). L’unico incazzato nero è il bottigliere, costretto ad accontentare le richieste personalizzate della combriccola: il barbuto vuole bere Bordeaux, ma il bergamasco lo vuole in versione solo botte grande e il moschettiere in variante senza solforosa. A un certo punto il professore sbotta: attenzione, qui dobbiamo pensare ad un premio da assegnare ai produttori più meritevoli.

Potremmo omaggiarli con una cena da Felicin, propone il bergamasco. Perché non regaliamo un set per la dinamizzazione dei terreni, ribatte lo svizzero romano. E se gli organizzassimo un tour di assaggi per il mondo, si illumina il professore. E’ un momento di stallo, nessuno vuole cedere fino a quando il bottigliere gli chiede quanti bicchieri vogliono del Barolo ’78 di Mascarello appena inserito alla mescita. Tre, risponde in coro la gioiosa comitiva. Si guardano, si stringono, si abbracciano: il nostro premio si chiamerà Tre Bicchieri, dose minima di assaggio per un grande vino.

Brindano col ’78 di Bartolo, quello con l’etichetta speciale sequestrata che recita “No botti grandi nuove, no Andreotti”. Proprio in quel momento qualcosa di strano accade nel cielo: si alza il vento e inizia a spingere da nord-est, accompagnando una densa nube più nera del Montepulciano di Cupra Marittima. Il fruttarolo di fronte alla strada esulta perché le sue fragole si sono come per incanto raddoppiate, la signora al quinto piano si rallegra perché riesce a vedere la televisione anche senza corrente, nell’aire si espandono gioiosi stornelli ucraini, ma ha detto la televisione che tutto questo non ha niente a che fare con un piccolo incidente accaduto qualche giorno fa a Chernobil.

Anzi, è sicuramente un segno inviato dal cielo per suggerire che quei tre amici stanno inaugurando una lunga stagione di pace e di amore, una nuova era nella quale il vino italiano indicherà a tutto il mondo la strada della comprensione e del rispetto per le opinioni altrui, della pazienza e del rifiuto per le scorciatoie.

Un futuro fatto di produttori che producono, di assaggiatori che assaggiano, di guide che guidano e di lettori che leggono. E di dottori che curano, spero, perché nel frattempo non mi sento per niente bene.
Mi sveglio ma non ne sono del tutto sicuro. Come in un quadro di Escher, forse sto ancora sognando di sognare e aspetto la sveglia che risvegli dal risveglio.

Non riesco a capire se sono gli effetti della pecora in umido di Oliena o del Narzole ’85 del sogno: fatto sta che la mia mente cerca rifugio nell’ultima immagine nitida prima del why e del because. Quei tre amici entusiasti e caciaroni che si incitano a vicenda. Mentre io sono qui a chiedermi dove finisce il reale e dove inizia il nirvana, sicuramente se la stanno ancora spassando insieme.

Certo, quell’idea dei Tre Bicchieri non mi sembrava granché, ma alla fine, si sa, neanche i sogni oggi nascono perfetti.

Arbitro di calcio, runner, esperto di comunicazione con fama di persona seria e morigerata. Ero tutto questo prima di prendere 20 chili, scoprire il vino e auotoconvincermi di poter vivere scrivendone.