La rivincita del trebbiano


Eppure ci hanno sempre detto il contrario. Fatto sta che negli ultimi anni, coi relativi distinguo e le specifiche del caso, il trebbiano pare risalire la china e far impennare l’indice di gradimento tra i vini bianchi italici.

Che il brutto anatroccolo sia diventato cigno? Calma calma, non è questo il punto. Andiamoci piano con le sparate, per quelle il palcoscenico è già pieno e i nani, come al solito, inseguono le ballerine…

Però da varietà sfigata, di quelle che all’enologo parte la “toccata” solo a sentirla nominare, si è passati a qualche cauta riflessione. Le cose, insomma, sembrano essere meno scontate, quantomeno dubbie, bisognose di chiarimenti e declinazioni.

E se qualcuno ha cavato il sangue dalle rape, per altri il lavoro sembra addirittura meno proibitivo, avendo a che fare con una sostanza spesso anche piuttosto diversa dalla forma. Trebbiani sulla carta, insomma, e forse meno sul campo. Almeno per come siamo abituati a conoscerli, catalogarli, considerarli.

Del primo gruppo fanno parte quelli che hanno a che fare con il trebbiano trebbiano (tipo il toscano, insomma), che magari per fare un vino originale o comunque con del carattere hanno seguito metodi fuori dallo schema dei moderni testi enologici. Che per definizione, dunque, gli enologi contestano: macerazioni sulle bucce, trame ossidative (a volte ossidate a dire il vero, ma questo è un altro paio di maniche), legame con una certa tradizione.

Se mi avete passato la banale generalizzazione, proseguo dicendo che ne ho assaggiato uno con una cifra stilistica simile piuttosto convincente. E ‘ dell’azienda siciliana Guccione di Monreale (PA), figlio di una vendemmia leggermente tardiva, metodi biodinamici e nome curioso: Lolik.

Il 2007 ha colore dorato carico, profumi molto intensi di pesca, miele, lievito, caramello, spezie, agrumi canditi e persino qualche accenno di salvia, dopo un pò che sta nel bicchiere. La bocca è ricca ma dinamica, piuttosto potente e alcolica ma non priva di chiaroscuri. Appunto, forse farà storcere il naso ai puristi della tecnica, ma è un vino divertente che con l’abbinamento giusto…

E poi ci sono i trebbiani non trebbiani, o quasi. Quello di Soave (o di Lugana; che forse è imparentato col verdicchio), d’Abruzzo (che è un trebbiano dai risultati particolari: io sono innamorato matto di Valentini, che pure ha qualche detrattore tra gli scienziati ma qui sono pronto alla guerra, perché va bene il camice bianco e le provette ma poi il vino è anche emozione, in un certo senso alto artigianato, mica solo un prodotto da laboratorio!), e una varietà quasi dispersa che, sono certo, in futuro farà notizia: il trebbiano spoletino… (CONTINUA)

Assaggiatore seriale dal volto umano, ama tutti gli alcolici indistintamente ma è ricambiato soprattutto dal vino. Nei ritagli di tempo frequenta ristoranti che non può permettersi.