Ricordando Didier Dagueneau. Tra Loira, Sauvignon e Che Guevara

Dio è morto, Marx è morto e anch’io non mi sento tanto bene… Molto peggio da quando anche Dagueneau ci ha lasciato.

Più o meno un anno fa (il 17 settembre 2008), per colpa delle bizze improvvise di un maledetto velivolo. Eppure si sa, per cielo e per mare non ci sono osterie…

Era un personaggio. Un uomo di vigna e di vino, che faceva evidentemente un altro mestiere rispetto alle tante comparse di oggi, immortalate nelle loro brochure patinate tra vigne giardino, con tanto di sorriso da manifesto elettorale e completo grigio d’ordinanza…

Mi piace ricordarlo con uno stralcio di una vecchia intervista pubblicata dalla Revue du Vin de France (in chiusura di post), che a mio parere inquadra a meraviglia l’idea di vino e di vita di Dagueneau. Uno che ha vissuto in prima linea, laicamente, non vergognandosi mai di stare da una parte. Sempre la stessa, ma in maniera critica.

L’ho ricordato anche bevendo un Silex 2001 (il nome richiama i terreni silicei e calcarei da cui provengono le uve di sauvignon), uno dei più grandi Poully Fumè del mondo. Di sicuro uno dei migliori vini della mia vita (tra i bianchi ma anche tra i rossi, i verdi e i gialli…), capace di una mineralità accecante, mai fine a se stessa e perfettamente legata a un frutto luminoso, e di una bocca tridimensionale, grandiosa, infinita. Che pare giocare, correre, provocare. Saltando e ballando gioiosamente…

L’intervista…

“Sono molto legato alla biodinamica, ma non cerco di rivendicare un’etichetta come viticoltore. Mi ci sono ispirato tantissimo ma con il tempo sono diventato anche più pragmatico. Mi da fastidio l’integralismo sulla materia. I puri ed i duri della biodinamica, molte volte, vanno troppo lontano senza volere sentire parlare della scienza, di cui abbiamo bisogno. Non voglio privarmi di alcuni prodotti sotto il pretesto che non sono omologati in biodinamica.

Certi biodinamici integralisti sono andati troppo lontano e si sono privati di tutto. Si sono serviti della biodinamica per i loro propri progetti estremisti. Io, invece, amo avvicinarmi in maniera aperta senza seguire delle dottrine. Qualche anno fa ho rischiato di tagliare fuori la biodinamica dalla mia vita, perché stava prendendo una piega che non mi piaceva.

Ed è per questo che posso parlarne. Noi siamo andati avanti senza ascoltare nessuno e abbiamo pagato un prezzo molto alto. Oggigiorno, con circa 20 anni d’esperienza, riusciamo a capire quello che funziona e quello che non funziona.

Ad esempio, oggi a Pouilly il vino senza zolfo non funziona. I vini invecchiano male e tengono solo qualche anno in bottiglia. Non sono cattivi ma sono utilizzati e bevuti prima del tempo. Quando mi sono lanciato ero convinto di avere trovato un processo rivoluzionario. Con il tempo, sono apparso un po’ pretenzioso soprattutto pensando che uno dei più grandi progressi dell’enologia è per l’appunto l’utilizzo dello zolfo per proteggere i vini.

Quella dele viti a piede franco è invece un’avventura appassionante che mi ha insegnato tantissimo e che, soprattutto, mi ha fatto scoprire un nuovo gusto del vino, con una struttura molto differente da quella che conosciamo, con dell’eleganza ed una finezza estreme. Questa esperienza l’ho fatta su una piccola parcella e penso che sarebbe stato un errore piantare ancora, perché questa vigna è in pericolo: la fillossera comincia a manifestarsi. Ma va bene, se la vigna deve morire, avrò avuto la soddisfazione di assaggiare un vino prodotto da vigne a piede franco




Assaggiatore seriale dal volto umano, ama tutti gli alcolici indistintamente ma è ricambiato soprattutto dal vino. Nei ritagli di tempo frequenta ristoranti che non può permettersi.