Zaia e le olive cilene. E’ la stampa bellezza

Più che del chilometro zero, il Ministro padano delle Politiche Agricole e Forestali, lo stesso che ha mandato il radicchio trevigiano nello spazio e che ha fatto il funerale al Tocai (vedi qui), sembra un fautore dei metri 100

Localismo, localismo e ancora localismo. La parola identità ripetuta almeno un centinaio di volte in ogni discorso, l’avversione per tutto quello che viene da sud del grande fiume (il Po, ndr)… pardon, dall’estero, almeno dopo aver giurato fedeltà alla Repubblica, anche se con cravatta nera e fazzoletto verde.

Dopo il pillottone sullo sciopero dell’ananas, arrivato a intossicare ancor di più le feste di fine anno, il mantra “più polenta, meno kebab“, si scopre che, se è per i giornalisti, i fotografi e un’ulteriore sfilata, magari dopo una bella messa ad Assisi, non tanto per ribadire (perchè qualcuno l’ha scordato?) le origini cristiane dell’Italia ma per riaffermare la famosa identità contro ogni spauracchio straniero… Ecco che allora il nordico Ministro non sembra tanto disprezzare i frutti di Paesi lontani, esotici, addirittura dalle vaghe simpatie sinistroidi.

Perchè se siamo a Luglio ma la passerella la voglio adesso, le olive per la prima bottiglia d’olio con l’etichetta che garantisce la tracciabilità (vedi qui) arrivano dal Cile (qualcuno dice dall’Australia, vabbè il concetto è quello), non certo dagli alberi dell’Umbria, della Puglia o della Toscana (nonostante il clima, da noi il raccolto si fa ancora a ottobre-novembre).

Destino curioso, a pensarci, che una legge tanto cercata e celebrata sulla trasparenza sia servita, prima di altri, a smascherare il suo ingordo fautore…

Assaggiatore seriale dal volto umano, ama tutti gli alcolici indistintamente ma è ricambiato soprattutto dal vino. Nei ritagli di tempo frequenta ristoranti che non può permettersi.