Il piccolo enologo…

Non so la vostra, ma la mia infanzia ha conosciuto lunghe sedute pomeridiane e qualche focolaio d’incendio grazie alla scatola magica del Piccolo Chimico, pieno di polverine colorate da mescolare più o meno a casaccio.

Sarà stato per le massicce dosi di bollicine ingurgitate, ma non nego di essere tornato con la mente a quei giorni nel mio breve soggiorno in Franciacorta

Il fatto è che sono andato per un evento di cui, forse, qualcuno di voi ha già sentito parlare, visto che è giunto alla decima edizione: Il gioco della cuvée. Per la verità ribattezzato quest’anno A Scuola di cuvée. Organizzato da Contadi Castaldi (del gruppo Terra Moretti, quelli di Bellavista e Petra tanto per intenderci) vedeva in campo quindici squadre composte da cialtroni a vario titolo tra venditori, rappresentanti, giornalisti e sedicenti degustatori (tra cui, appunto, il sottoscritto); tutti intenti, in due parole, a trovare la cuvée ideale per il Satèn aziendale, a partire da sei basi chardonnay dell’ultima vendemmia. Da mescolare, pardon assemblare, come nella migliore tradizione champenois.  Avete capito, no? Da bambino il Piccolo Chimico e da grande il Piccolo Enologo! Che ad averlo saputo, le rate dell’Università, col cavolo che mio padre…

Vabbè sorvoliamo. Provare a fare il lavoro di altri, non essendo in grado di fare il mio, ammesso che qualcuno sappia dirmi qual è, mi piace da matti e devo dire, almeno stavolta, mi è servito per qualche riflessione semiseria. Che oltre ai copiosi bicchieri bollosi è stata aiutata dalle riflessioni enovisionare di Giacomo Mojoli (foto accanto), il filosofo del vino, per anni ai vertici e mente pensante di Slow Food, oggi nei panni di consigliere aziendale, nella fattispecie per Contadi appunto, riguardo iniziative che legano il vino ad altri mondi, dall’arte al design, ma sempre e comunque in ambito culturale.  Uno dei personaggi più positivi e geniali del vino in Italia, tanto perchè non suoni come sviolinata…

Giacomo mi ha parlato del vino come un’opera di design. Non tanto il vino “finito”, in commercio, ma quello in divenire, da creare, e dunque da pre-vedere e immaginare. Il lavoro dei tecnici, degli enologi (che Mojoli vede in un ruolo simile a quello delle ostetriche…), dei vigneron, nel migliore dei casi. Un approccio radicalmente diverso da chi il vino lo beve per piacere, e piuttosto distante anche  a quello dei degustatori di professione. Perche un tecnico è portato anzitutto ad evitare i difetti, a modellare il vino secondo un certo protocollo, a prevedere ogni dettaglio e sfumatura, non ultimo la sua evoluzione nel tempo.

Il degustatore, invece, è più legato alla componente organolettica ed edonistica, al piacere e alle sensazioni, spesso anche romanzate, che un certo vino è capace di evocare. Per poi comunicarle a sua volta ai suoi lettori, o comunque ai suoi interlocutori. Fregandosene, spesso, forse troppo spesso, delle cose della scienza, dei tecnicismi, delle regole agronomico-enologiche. Anche delle più macroscopiche.

Mi rendo conto che è impossibile, e forse sbagliato, chiedere ai due mondi, della critica e della scienza, di comprendersi fino in fondo. Però uno sforzo per dialogare meglio andrebbe fatto, mettendosi un pò più in discusione e uscendo dalle rispettive barricate.

I tecnici e gli enologi capirebbero, forse, perchè un vino che considerano ben confezionato non ottiene i punteggi e gli apprezzamenti sperati. Perchè non smuove le corde del sentimento e della passione, insomma, cosa che magari riesce ad un prodotto tecnicamente meno riuscito ma più autentico, identitario e personale.

La cosa gioverebbe senz’altro anche ai degustatori, magari grazie ad un maggiore sforzo di proiezione e ad una ritrovata capacità di leggere oltre il dato e l’immediata piacevolezza del momento. La pre-visione, appunto.

Non si chiede a nessuno di trasformare le bottiglie in sfere di cristallo, ovviamente. Ma a partire da parametri oggettivi, un’analisi sul domani ci può stare. Se così fosse stato, magari tanti vinoni tutta dolcezza e rotondità non avrebbero preso certi punteggi e non sarebbero i falsi miti che nessuno vuole più.

Come dire, se proprio non si è capaci di leggere il futuro, almeno si cechi di far tesoro del passato…

Assaggiatore seriale dal volto umano, ama tutti gli alcolici indistintamente ma è ricambiato soprattutto dal vino. Nei ritagli di tempo frequenta ristoranti che non può permettersi.