Bianco o rosso, dottò?

Ieri sera sono stato in una fraschetta. Chissenefrega, direte. Giusto, ma fatemi spiegare. Non una freschetta di quelle storiche, aperta da chissà quanto tempo, ma una nuova di zecca.

Pensata e realizzata da un giovane, cresciuto enologicamente, presumo, dopo lo scandalo del metanolo, in pieno “Rinascimento enologico”, col mercato che urlava: “bottiglie, bottiglie, per favore!”, quando i wine bar nascevano come funghi e soppiantavano i pub e i corsi per sommelier tiravano più di un… Mi fermo, per decenza, ma potrei andare avanti all’infinito.

Per chi non lo sapesse la fraschetta è una sorta di osteria, tipica dell’area dei castelli romani, che prende il nome dall’abitudine di esporre sulle insegne un ramoscello. La frasca appunto. Qui gli avventori trovavano e trovano del vino sfuso senza arte ne parte, servito in particolari contenitori di vetro dai nomi curiosi: i barzilai (doppi litri), i tubbi (litri), le fojette (mezzi litri), spesso accompagnato da spuntini portati direttamente da casa, o al limite da piatti freddi e molto semplici preparati dall’oste. Per la cronaca il locale era pieno…

La chiusura di molti wine bar e il ritorno del vino sfuso (anche in molti ristoranti) è una dinamica che fa riflettere, e io ci ho riflettuto.

Punto primo. Bisogna avere il coraggio di dire che tutte le masturbazioni mentali che facciamo noi monomaniaci su una certa etichetta, quel produttore figo, l’ultimo Borgogna bevuto in quella data, dopo averlo scaraffato esattamente 12 ore, 43 minuti e 28 secondi prima prima,  non trascurando il mezzo grado in meno di temperatura, ovviamente sul bicchiere nero per non essere influenzati dal colore, è una roba divertente, che ci piace da matti, ma che riguarada lo 0,000000000000002% dei consumatori.

Con buona pace di tutti, i super appassionati, gli esperti di vino, chiamateli come vi pare, rappresentano una piccola parte del sistema. Impensabile pensare, come qualcuno ha fatto, che possano diventare movimento di massa, al pari di qualsiasi altra forma di hobby: dal collezionismo di farfalle al curling*.

Punto secondo. Il vino confinato in un alveo esclusivamente edonistico, dunque elitario e fuori da circuiti popolari, è un falso storico. Almeno in Italia, vivaddio per molti, il suo consumo fa ancora parte del quotidiano paniere alimentate, capace di unire e socializzare

Punto terzo. La crisi è nera. Altro che nuovi produttori, nuove etichette, nuovi vini. Triplo salto mortale all’indietro su prodotti indifferenziati e a bassissimo costo. Triste realtà, certo, con tanti responsabili. Un piao di indizi? Pensate ai prezzi di qualche vino non esattamente mito, pagato almeno un milione di volte la cifra che avrebbe meritato, e ai ricarichi indecenti di certi ristoranti. Fuochino…

Chissà. Forse ci ritrioveremo presto in delle riserve simil indiane, descrivendo un vino con trecentiocinquanta specie di frutti sub-equatoriali, sobbalzando alla sentenza del vicino che esclama: “tannino carezzevole!”; senza sentire, fuori dalla nostra prigione d’avorio, le urla festanti del popolo che grida: “portace ‘nantro litro, che noi se lo bevemo, e poi jarrisponnemo embe’ embe’ che c’e’…“.

C’è che forse ce lo stiamo meritando


* Curling significa letteralmente “lancio del disco su ghiaccio” e trova le sue origini in Scozia nel sedicesimo secolo. Il gioco consiste nel lanciare una pietra, detta stone, facendola scivolare verso un cerchio, chiamato house, disegnato sul ghiaccio sul versante opposto della pista ad una distanza di circa 42 metri. Il centro del cerchio, o tee, equivale al pallino usato nel gioco delle bocce, così che chi posiziona lo stone più vicino ad esso risulta vincitore della mano. Si gioca a squadre ed ognuna è composta da 4 giocatori. Ognuno è in possesso di due stone e di una speciale scopa di setola.

Assaggiatore seriale dal volto umano, ama tutti gli alcolici indistintamente ma è ricambiato soprattutto dal vino. Nei ritagli di tempo frequenta ristoranti che non può permettersi.