Produttori di lotta e di governo

Uno spettro si aggira tra i produttori italiani, o meglio una strana tendenza.

Dopo anni di sostanziale e, spesso supina, accettazione delle regole del gioco e di un certo status quo, almeno per quanto riguarda il ruolo della critica di settore, ecco che tutto d’un tratto, stimolati dal democraticismo multimediale, molti vigneron nostrani si sono scoperti impavidi, contestatori, a volte rivoluzionari verso il “sistema”. Guide e stampa corrotta, sostanzialmente in mano a lobby, pubblicità, centri di potere e di interesse. Accuse giunte anche da chi, per anni, nel sistema ci ha sguazzato, trovando enormi benefici e un’incredibile cassa di risonanza. Tutto ciò salvo poi, nelle sedi e nelle occasioni giuste, reclamare o elemosinare il proprio spazio, i propri bicchieri, grappoli, bottiglie, stelle e quant’altro… Produttori di lotta e di governo, insomma. Figli di una strategia che ha sempre portato scarsi risultati nel nostro Paese e che, credo, non regalerà granché neanche al mondo del vino.

Assaggiatore seriale dal volto umano, ama tutti gli alcolici indistintamente ma è ricambiato soprattutto dal vino. Nei ritagli di tempo frequenta ristoranti che non può permettersi.