Pierre Moncuit Millesime 1996. Grande annata, grande Champagne (…e grande bottiglia)

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Negli ultimi cinque anni siamo stati sette volte in Champagne, con ogni tipo di mezzo: aerei di linea e privati, auto, furgoni; abbiamo dormito in ogni dove, dalle chambres d’hôtes alle camere d’albergo, fino alla soluzione che non abbiamo più abbandonato, un delizioso appartamento a Chouilly (a due passi da Cramant) di proprietà dei Voirin – Jumel. Crediamo sia un merito, enologicamente parlando, visto che quei deliziosi paesini tra Reims ed Epernay sono tanto più eccitanti per un appassionato di vino quanto deprimenti per le persone “normali”. Il bar con biliardo di Le Mesnil-sur-Orger, tanto per dirne una, chiude alle otto e da quell’ora in avanti la vita si fa frizzante quanto una bottiglia di prosecco aperta da mesi. Insomma, qualcosa abbiamo assaggiato e l’immensa fotografia di questa pazzesca regione a centocinquanta chilometri da Parigi, gastronomicamente nota per l’Andouillette (una salsiccia di stomaco e intestino di maiale, un po’ puzzolente ma gustosa. Mitica quella di Troyes), comincia ad essere meno sfocata. Ma veniamo al dunque. Se si escludono le grandi maison (straordinarie le esperienze con Remy Krug, Christian Pol Roger e la recente visita alla Bollinger, con assaggi di vini pazzeschi), il pomeriggio in compagnia di Selosse e qualche etichetta di altri sul suo filone filosofico, il Millesime 1996 di Pierre Moncuit è quello che più ci ha impressionato. L’abbiamo detto al momento della visita in cantina e degli assaggi di allora (circa tre anni fa), lo ribadiamo con forza oggi, dopo aver stappato (ieri sera, in occasione del compleanno di Roberto “Capitan Harlock” Palazzetti… ancora auguri!) una straordinaria magnum di quel vino (Anzi due, la prima sapeva di tappo, forse si sarà sentito l’eco delle imprecazioni – vedi foto piccola). Lontano dall’essere arrivato al clou, mostra un’articolazione aromatica finissima e complessa, dove le iniziali note minerali e lievitose stanno esplodendo in nuance nitidissime di pietra focaia, leggermente fumè, senza cedere di un passo sul fronte fruttato e floreale. Anzi in bocca sono ancora la clorofilla e il succoso lime a far compagnia alla pesca bianca. Con una dolcezza contrastata da un’acidità vibrante che lo rende infinito e, appunto, ancora giovanissimo. Per noi è da 93/100

Un po’ di note sull’azienda…

Pierre Moncuit, in attività dal 1889, è una maison che si aggira sulle 150.000 bottiglie, ed ha la sua sede e i suoi vigneti più importanti (circa 17 ettari di Grand Cru, di età media oscillante tra i 30 e 70 anni) a Le Mesnil-sur-Orger, forse una delle zone dai vini più longevi di tutta la Côte des Blancs. L’azienda non acquista uva da terzi, puntando sulla valorizzazione della propria produzione di Grand Cru. I vini hanno un periodo di permanenza sui lieviti dai 3 ai 5 anni. Se, entrando in azienda, doveste incontrare un tizio bianco cadaverico, dall’area dark e con una pessima colonia, si tratta probabilmente di Ive Moncuit. Attualmente si occupa dell’azienda insieme alla sorella Nicole